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Cuba 2018

Cronache di una Geely in viaggio: 2130 km di embargo.


Km 0, 23 Marzo
La macchina del tempo esiste. Sì, quella che ci può portare indietro, a epoche lontane, a mondi che osiamo solo sfiorare col pensiero. Esiste e ha la forma di un’isola: Cuba. Lunga, stretta, incastrata tra i lungomare a cinque stelle di Miami e i ritmi lenti delle coste sudamericane.
Qui il tempo si è fermato: il 1 Gennaio 1959 Fidel Castro ha intrappolato Cuba in un attimo eterno. Tutto si ripete, dall’alba al tramonto, con ossessiva ciclicità. Nulla sfugge al controllo del sole.
Qui riempie ogni ombra, e solo l’oceano ha il permesso di infrangersi irriverente sull’Avenida 5a de La Habana.



Km 291, 26 Marzo
La verità è che ogni cosa si è fermata, detenida nel tiempo.
Le strade, fiancheggiate da filari di palma real e case coloniali dai colori rigorosamente sgargianti, sono piene di auto saltate fuori direttamente dagli anni ’50, Cadillac smaltate, Pontiac acquamarina, taxi improvvisati. I tubi di scarico le nascondono in fumane grigie, maleodoranti. Come se la benzina fosse poco raffinata, un carburante fatto con prodotti di scarto, non lavorati. E tutto sembra essere così, qua: non lavorato, lasciato crescere autonomamente; ogni cosa prende il cammino più spontaneo.

Percorrere un’autopista, qua, significa penetrare a fondo l’anima di questa terra. Paradossale, lo so. Eppure, cercando di mantenere la giusta traiettoria, facendo lo slalom tra le buche dell’asfalto ecco che l’autopista si propone come una carrellata di umanità: passanti che attraversano senza voltare la testa né a destra né a sinistra, strade laterali che si immettono nel flusso autostradale senza alcun tipo di segnalazione, campesinos che guidano carretti trainati da coppie di buoi, giovani a cavallo, biciclette, camion, minivan, autobus stipati, furgoni scoperti a cui aggrapparsi. Capannelli di persone con sacchi di plastica e animali al seguito si radunano sotto i cavalcavia, l’unica zona d’ombra. Aspettano. Gli autisti sembrano conoscersi tutti. Si salutano, scambiano suonate di clacson, gareggiano in velocità e poi ognuno prosegue per la propria strada. Se ne ha voglia. Ma molto spesso non è così: i piani cambiano rapidamente, il tempo si dilata, qua; se non hai un lavoro, una casa dove tornare, un impegno da portare a termine, puoi camminare per ore da un paese all’altro, lungo la Periferica dell’Habana o il malecòn cittadino. Anche se non sai dove, puoi andare. Puoi fermarti a respirare il vento caraibico o a fumare un sigaro sulla sedia a dondolo di un amico. Puoi posizionarti agli incroci, dare indicazioni ai turisti o farti caricare da chi ne abbia voglia. E anche se non sai dove si va, a volte può bastare andare.

A Viñales i sigari si fanno ancora a mano: cinque foglie di tabacco, lasciate seccare per mesi, inumidite in un cocktail a base di miele e, ormai fermentate, arrotolate a forma cilindrica. Per confezionare un sigaro a Josè bastano 1,30 minuti. Poi una notte di attesa. Poi si può tagliare, addolcire con un po’ di miele alla base e fumare, nelle occasioni speciali, in compagnia, tirando forte ed espirando come il Che. Anche il caffè si lavora a mano: il 90% del raccolto, seccato e ridotto in grani, va nelle mani del governo - perché la finca fa parte del progetto socialista, ci spiega Josè; il restante 10% è per la famiglia, per la tostatura quotidiana e la vendita locale. La polvere, macinata e pressata nella moka, ha un odore pungente, un sapore ricco. Ancor di più quando si mescola con un cucchiaio di miele, quello loro, quello prodotto dagli alveari che hanno disposto riparati dietro alle piante di caffè, che quando sono in fiore piacciono molto alle api. E poi giù, una tazza di caffè bollente, tutta d’un fiato. Il gusto di una terra perduta scende per la gola, e brucia lo stomaco.



Km 938, 29 Marzo
00.15
La casa coloniale di Elda e Roberto profuma di famiglia. É un labirinto di antri e scale, incastonati gli uni negli altri; puoi perdertici dentro senza mai sentirti davvero perso: in ogni angolo c’è qualcosa che ti riporta sulla strada di casa, una pianta piena di campanule rosse, un nido di colibrì, una camicia appesa ad asciugarsi al vento tropicale, una piastrella color zaffiro, una sedia smaltata su cui fermarti. Ed eccomi, su questa sedia smaltata, ampia, in ferro battuto, al terzo piano di una dimora settecentesca nel centro storico di Trinidad. A dir la verità sono seduta in terrazza, appena fuori dalla porta della mia stanza. Non ho sonno. Annuso il buio. Le uniche luci ad apparire nella notte - che qui è davvero ‘nera come la notte’ - sono le stelle, e la cattedrale fiocamente illuminata, un colosso nell’oscurità che mi circonda. Vicino rimbombano ancora le percussioni della Casa de la Trova e le maracas della serata latina sui gradini di Plaza Mayor. Lontano si mescolano risate, vociare indistinto, latrati confusi. E anche il vento mi entra nelle narici, portando con sé tutto ciò che trova: lo scricchiolio delle palme, il frusciare dei rami, il sale del mare. Qui tutto si mescola. Anche i sensi si confondono; e ci si trova persi tra le playas caraibiche, in cui tutto sa di paradiso e cartamoneta, e le strade de la Habana Vieja, con i loro ciottoli sconnessi e muri diroccati.
Non ci sono vie di mezzo; e tutto disorienta. Solo qui, in cima alla casa di Elda e Roberto, posso respirare la notte e riempirmene i polmoni, senza paura che esplodano, senza paura di perdermi.

19.50
Yanelis ci ha portati a vedere i baracones dell’ingenio spagnolo più vicino a Trinidad. O meglio, ciò che ne resta. A Cuba la schiavitù viene ufficialmente abolita solo nel 1870. Qua a terra rimangono i confini in pietra delle minuscole abitazioni in cui gli schiavi neri degli zuccherifici, circa centocinquanta per hacienda, nascevano, dormivano, si riproducevano e morivano. Il tutto in non più di trentacinque anni, cominciando a portare acqua dal pozzo a quattro anni e a tagliare canne da zucchero con le mani a dodici anni. Come animali. Anzi peggio.
Yanelis dice che è da qui che vengono i cubani, è tra queste pareti due per due che affondano le loro radici. Tra queste pareti i dueños spagnoli stupravano le donne nere; nascevano figlie mulatte, nuovamente violentate dai loro stessi padri. Non erano in grado di distinguerle.
Somos una mezcla, el mejor producto de los españoles, dice Yanelis col sorriso sulle labbra e una punta d’orgoglio nella voce. Poi dice che qua a Cuba il razzismo non è mai esistito, che degli africani si ammira la straordinaria resilienza, che nessuno qua avrà mai una macchina fotografica come la Nikon che porto io al collo. Ma che non devo preoccuparmi: nessuno proverà mai a rubarmela, perché nessuno la vuole. Nessuno desidera qualcosa di diverso da ciò che ha sempre conosciuto. Nessuno desidera altro che la salute e la vita, presa giorno per giorno, dice Yanelis.


Il ritmo qua scorre nelle vene, si beve insieme al Cuba Libre ed entra subito in circolo. Un, due, tre; cinque, sei, sette. Sembra che tutti camminino in punta di piedi, a passo di salsa.



Km 1502, 31 Marzo
Qua anche il cielo sembra avere un colore diverso. La spiaggia di Cayo Guillermo è deserta alle 07.15 della mattina; c’è solo un ragazzo che sistema le sdraio sotto i gazebo di palme. Il sole sbuca sulla distesa di mare; i gabbiani e i pellicani cominciano a volare, rapidi, seguono le correnti del vento con le ali spalancate e si tuffano in picchiata per fare colazione. Sembra la Riviera. Più o meno. L’alba qua arriva come un tramonto, il cielo si spacca in due: una fascia color mango sotto e una turchese sopra. Una palla di fuoco al centro. Mi avvolgo stretta nell’asciugamano e lascio i miei occhi ubriacarsi di mare.

Più il tempo passa e più mi rendo conto di quante cose inutili è piena la mia vita. Appena fuori dal centro di ogni città, quando con un colpo d’occhio siamo riconosciuti come turisti europei, subito qualche donna ci si avvicina chiedendo se possiamo regalarle una maglietta, una caramella per la sua bambina, una saponetta. E anche se rispondiamo di non avere con noi nulla, un sorriso ci torna sempre indietro. Volti tenaci ci osservano dalle persiane colorate, corpi cotti dal sole occupano le soglie o le sedie a dondolo dei porticati. Nelle ore centrali della giornata la strada asfaltata brucia i piedi, solo le nostre ombre si proiettano per terra: i cubani aspettano davanti casa, aspettano il prossimo taxi-calesse, o la prossima distribuzione di pane. Chiamano Cuba il loro paìs socialista. E almeno all’apparenza le cose stanno davvero così: c’è una sola classe sociale, tutti hanno uno stipendio simile, una casa simile e un approvvigionamento minimo garantito. L’educazione è gratuita fino ai diciotto anni, poi si diventa dipendenti statali; anche i resort più lussuosi sulle spiagge più caraibiche sono statali. Ma ciò che si guadagna col turismo dove va a finire? Ad eccezione delle autostrade - una a dir la verità per l’intero paese, che da La Habana si dirama in quattro diverse direzioni - le strade sono pressoché tutte dissestate; i cartelli stradali cadono con gli uragani e nessuno li tira più su, le indicazioni si chiedono ai passanti fermi all’angolo. Internet si può usare in ristrette aree delle città, vicino agli uffici statali Etecsa. Ma fin qui poco male: ho passato intere settimane senza Wi-Fi senza mai morirne. Ma le auto? Poche e per pochi. Per il resto si viaggia a cavallo, in bici i più fortunati, a piedi i meno. E l’acqua? I bagni ne sono spesso sprovvisti, e quella pubblica non è potabile. Le bottiglie in plastica arrivano un paio di volte a settimana nei rari negozi alimentari. Centri commerciali nemmeno a pensarci: tutto si compra in piccole e specializzate botteghe. Le gelaterie offrono due gusti al giorno, in coni che sanno di tutto fuorché di cialda. Alla sera alcuni ragazzini vendono patatine e biscotti di marca in carretti o cestini usciti da non si sa dove. A pranzo un giovane esce dalla panetteria, con un’enorme teglia d’acciaio piena di paste dolci tra le mani. Dalle finestre, dai portici lo chiamano; lui corre e si fa pagare un peso a dolcetto. E poi basta un bicchiere di birra o una bottiglia di rum per passare una serata in compagnia. A noi sembra che qua manchi tutto. Eppure. Eppure quando la sera si fa fresca e la musica comincia ad echeggiare da ogni angolo della città ecco che le strade si animano, le risate risuonano. E nulla fa pensare che qua manchi qualcosa.
A noi, invece, sembra mancare tutto.
Cosa sbagliamo noi?


Km 2130, 4 Aprile
I torcedores della Fabbrica di Tabacchi Partagas guadagnano 70 CUC al mese, l’equivalente di 56 euro. Stanno seduti a confezionare sigari dalle 08.00 alle 17.00, ricevono un pasto nella mensa comune alle 12.00 e cinque sigari da rivendere in giro alla fine di ogni giornata lavorativa. Sono tra i più fortunati qua a La Habana. Maichel mi dice che il salario medio mensile di un cubano è di 20 CUC. Ma nessuno può vivere con quello. Ognuno ha diritto, con la tessera annonaria, a tre chili di riso, sette uova e qualche altro bene di prima e immediata necessità. Ma non basta, lui lo sa bene, bisogna arrangiarsi, inventarsi, cercare altre strade. Chi gestisce una casa particular deve versare allo stato 8 CUC al giorno per ogni stanza, che sia affittata o meno. La stagione del turismo è fatta di alti e bassi, ma nel complesso si riesce a stare bene. Almeno per lui è così. Dice che domani porterà la moglie fuori città perché è il suo compleanno, vanno a mangiarsi una bella aragosta e a fare un tuffo al mare, indossa scarpe di marca e dalla sua terrazza si vede il Capitolio. Ma basta scendere i tre piani dell’edificio 611 e affacciarsi in Calle Cuba per immergersi nella realtà totalmente differente della Habana Vieja. All’angolo della strada ci sono cinque bambini che giocano con una palla di pezza, uno con il pollice in bocca e la maglia del Barcellona addosso ci chiede un peso. Un uomo senza denti seduto su un panchetto vende dulce de Guyaba in mattonelle avvolte da cellophane; le conversazioni di alcune ragazze affacciate e il fumo delle loro sigarette rimbalzano tra i balconcini, uno dirimpetto all’altro; case in stile coloniale perfettamente ricostruite si alternano a edifici demoliti e cortili pieni di detriti. Maichel dice che qui a Cuba le cose funzionano meglio che a Portorico: quando arriva un ciclone bastano venti giorni perché tornino acqua corrente ed elettricità, perché tutte le forze armate del paese si mobilitano immediatamente, dice. A casa nostra, invece, se un black out dura più di mezz’ora scoppia il panico, perché di candele non ne abbiamo e fermi ad aspettare al buio non sappiamo starci. A Cuba funziona meglio, dice. Però ancora non basta. L’isola si è aperta al turismo solo nel 1990, prima nessuno aveva il permesso di sbarcare tanto facilmente da un aereo o, viceversa, di salirvi. E a dir la verità salirci è ancora un problema: la trafila burocratica per ottenere un passaporto che permetta l’espatrio fa perdere la voglia di partire e andarsene. Pochi anni fa Maichel voleva andare a trovare la sorella minore che viveva in Italia, ma la paura degli infiniti controlli e degli assurdi interrogatori che avrebbe dovuto affrontare gli ha fatto perdere la voglia. I cubani devono restare a Cuba, altrimenti chi ci resta? Il governo cerca di rallentare il più possibile anche la diffusione della rete Internet - anche se ora le cose stanno cominciando a cambiare, dice, e i punti di accesso al Wi-Fi si stanno moltiplicando: poche informazioni devono entrare e poche uscire. Fidel ha liberato Cuba e poi ne ha fatto la propria roccaforte, o meglio, la roccaforte di un regime socialista che rischierebbe di crollare solo socchiudendo la porta e osservando da lontano il mondo del terzo millennio. Fidel ha sempre temuto che il sogno a lungo progettato e conquistato col sangue si rivelasse un fallimento, un’instabile utopia. E così anche Raul: il confronto con una nuova realtà liquida, globalizzata, frenetica colpirebbe le fondamenta della Repùblica de Cuba, l’atollo socialista del Mar dei Caraibi. Maichel parla piano, perché i turisti queste cose non dovrebbero saperle, perché il mondo deve andare avanti fingendo che quest’isola a forma di coccodrillo non esista; i turisti devono conoscere solo la facciata edulcorata dei tour in Chrysler sul Malecòn e dei caffè boehemien in cui si incrociano solo facce giapponesi, tedesche e francesi. Niente di più. Il resto deve rimanere chiuso dentro Cuba, uno scrigno di cui si è persa la chiave.

00.42
Non so se riuscirò ad andarmene da quest’isola. Mi sembra passata una vita da quando sono partita: qui il tempo esteriore scorre lento, ma all’interno le cose sono in continua agitazione e mutamento. Gli altri cominciano a pensare a cosa faranno appena atterreranno in Italia, chi si mangerà una pasta al pomodoro, chi dovrà recuperare due settimane perse di lezioni, chi cerca i metodi migliori per affrontare il jet-lag. A me sembra di essere bloccata; mi sento trattenuta in un’istantanea eterna, non so come procedere né avanzare. Ho iniziato ad abituarmi alla pausa, all’attesa - e le chiamo così solo per spiegarmi, ma di fatto qui non c’è un prima che si è bloccato né un dopo che sta per ripartire, qua la pausa è una condizione permanente. E forse è per questo che non so se riuscirò ad andarmene: la mia è stata una pausa reale, Cuba mi ha fermato e mi ha detto di aspettare. E forse non c’è un granché da aspettare, così come non c’è un granché da rincorrere. E allora, forse, io preferisco aspettare che rincorrere. Preferisco aspettare che avanzare.
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